Un articolo di qualche anno fa sulla pesca al Trasimeno

Un articolo di qualche anno fa sulla pesca al Trasimeno

Uno dei nostri soci ha ritrovato nel suo archivio il primo numero della rivista Riflessi, una meritevole iniziativa editoriale dedicata al Trasimeno che sfortunatamente ebbe vita assai breve. Nel primo numero fu pubblicato un interessante reportage sulla vita dei pescatori che riportiamo sotto. L’articolo era accompagnato dalle foto, veramente belle, di Dino Ignani.

Diego Mormorio, La terra vista dal lago, “Riflessi, rivista del Trasimeno”, Anno I, n. 1, gennaio – febbraio 1992, pp. 4-9.

Sono le cinque e mezza del mattino, il lago è una tavola. O come dicono i pescatori, «assellato», «quieto sellato». Dalla riva di San Feliciano si scorge già qualche barca. Insieme a Dino Ignani, col suo armamentario fotografico al collo, saliamo sulla barca di Dante Gasperi, pescatore (mai) in pensione. Nessuno meglio di lui potrebbe farci da guida. Egli conosce il lago come le sue tasche. E conosce tutti quelli che per mestiere lo attraversano.

Dante accende il motore e volge la punta della barca verso l’Isola Polvese. L’aria è un tantino pungente. Ma respirando a pieni polmoni se ne sente il profumo delicato.

Ci avviciniamo ad un pescatore che sta tirando le reti. Accostandoci, Dante spegne il motore. E ad un tratto ci pare di essere al centro di una quiete bellissima. Il silenzio sembra scivolare sull’acqua. Lentamente, fino al limite del lago.

«Buongiorno», gridiamo.

«Buongiorno».

Dante spiega il motivo della nostra intrusione. Poi rivolgendosi a noi dice: «Lui è di Sant’Arcangelo».

Il pescatore è un po’ sorpreso del nostro andare a quest’ora sul lago solo per fotografare i pescatori. E scherzosamente dice: «Siamo diventati importanti».

A ridosso dell’Isola Polvese incontriamo Luciano Zoppitelli, ex contadino. «Una volta – dice – il pescatore era un’arte, una vera arte. Adesso è solo un lavoro. Una volta si costruiva da sé tutte le reti, ed era una cosa che tanta gente non avrebbe saputo fare. Oggi che per fortuna è cambiato il mondo, le reti le fanno le fabbriche».

«Sono state – interviene Dante – le reti di nylon e l’uso del motore a rendere più semplice questo mestiere. Una volta quando non si usava il motore, prima degli anni ’50, quando si andava a pescare non si tornava mica a dormire a casa. Si dormiva sui sassi o, se faceva freddo, dai contadini, dentro la stalla».

«Siamo stati noi ex contadini – dice Luciano Zoppitelli – che abbiamo rinnovato il lavoro della pesca sul Trasimeno».

«E’ vero»,fa Dante. «Tutte le forze nuove – riprende Zoppitelli – portano sempre qualcosa. Una volta le reti si buttavano la sera e si tiravano l’indomani mattina. In questo modo il pesce veniva tirato dalle reti morto. Noi ex contadini abbiamo pensato che era meglio metterle la mattina verso le quattro e mezza e poi tirarle qualche ora dopo, così il pesce veniva pescato vivo ed era più facile da commercializzare».

«Per la pesca della tinca, specialmente – dice Dante – se non metti le reti la mattina trovi il pesce tutto segnato e non lo compra nessuno».

Signor Zoppitelli, perché ha cambiato mestiere? Perché è diventato pescatore?

«Perché ero mezzadro e con la mezzadria si portava via quasi tutto il padrone. Avrei potuto fare tanti altri lavori, andare in una fabbrica, ma siccome il contadino nasce libero, un po’ come il pescatore, ho preferito fare il pescatore. Ma dentro il mio io non mi sento un pescatore, perché non ci sono nato. E’ un fatto di tradizioni. Una volta quando nasceva il figlio di un pescatore il babbo la placenta la buttava nel lago e così ‘sto bambino era costretto a diventare pescatore. I contadini invece la placenta la buttavano nei campi e infatti non c’è contadino che non ha un pezzetto di terra».

Anche Celestino Scarchini è figlio di contadini, ma ha fatto il pescatore sin da ragazzo. «Sono pescatore dal 1953», dice. «Ne ho viste. Ora è tutto più facile, una volta la vita del pescatore era veramente pesante. Si lavorava tanto e si guadagnava poco. Oggi è come lavorare in una fabbrica, con tutti i contributi e con tutta l’assistenza che ha un operaio. La tecnica ha portato diversi cambiamenti. Ma anche il turismo ha portato qualcosa ai pescatori, per il fatto che il pesce si è valorizzato, anche se ci sono ancora delle qualità che non sono apprezzate per quello che valgono. La tinca, ad esempio, noi la vendiamo a sole duemila lire al chilo, mentre il persico a nove e le anguille a dieci o undici».

Ma quest’anno con la grande fioritura di alghe la pesca del persico è stata più difficoltosa. «Il persico se ne sta sotto l’erba, non si muove».

C’è un’altra qualità di pesce, invece, che finisce abbondantemente nelle reti, ma che non viene venduto. Il pesce gatto. «Un pesce che si mangia tutti gli avannotti e che si impiglia nelle reti e ti fa tribolare a levarlo – dice Giorgio Mancinelli – fino a quattro-cinque anni fa non c’era. Non si sa come c’è finito nel lago».

Poco più in là incontriamo Aristide Baldassari, residente a Sant’Arcangelo e nativo di San Feliciano, iniziato alla pesca nel 1944 dalla nostra guida, da Dante. «Avevo – dice – nove anni». Uno dopo l’altro, vengono fuori tanti ricordi. «Eravamo insieme, Dante ed io, la notte che ci presero a sassate, nel ’51».

«Sì – interviene Dante – c’era un po’ nebbia, ad un tratto abbiamo sentito un sasso cadere vicino alla barca. Abbiamo pensato che era un’altra barca di San Feliciano che si divertiva a farci uno scherzo. Dopo un po’ invece arriva un altro sasso che prende la sponda. Dopo un attimo ne arriva un altro e mi prende ad un fianco».

«Allora -continua Aristide Baldassari – Dante aveva il motore e gli prese l’idea di farli affogare. Ma io ero un ragazzino, avevo paura. Mi sono messo a piangere, così lui ha lasciato perdere».

Chi erano, perché vi presero a sassate? «Erano due fratelli di Castiglione del Lago, forse ubriachi. Noi avevamo fatto la pastura per le tinche poco lontano da Castiglione e loro non volevano. Ma noi di San Feliciano siamo sempre andati a pescare dappertutto, perché da noi il lago è più sfruttato, perché ci sono più pescatori. Allora, nel ‘51, noi eravamo 128, mentre tutti gli altri paesi messi assieme non arrivavano a questa cifra».

C’era, dunque, della rivalità fra i pescatori dei diversi paesi. «Allora sì, eccome», dice Dante. 

«Bisogna dire la verità, era la fame – aggiunge Aristide -. Noi non avevamo neanche la bicicletta. Quando si andava in un altro paese toccava andare a piedi. C’era proprio la miseria».

Ci aggiriamo ancora per il lago. Facciamo altri incontri. Cambiano i protagonisti, ma le cose che si dicono sono ormai le stesse. Così chiediamo a Dante di spegnere il motore e di rimanere fermi.

Scorgiamo tutt’intorno la terra. Torniamo e sentire il silenzio, e dentro il silenzio, vicino a noi, il tuffo di un cormorano. La vera bellezza del lago si coglie a quest’ora. «E’ la cosa più bella del nostro mestiere – dice Dante -. Ma non si prova sempre. D’inverno il freddo qualche volta taglia la faccia e non lascia vedere niente».



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